Come si vive in una casa giapponese, di Bruno Munari

Ho sempre sognato fin da ragazzo, di vivere in una casa giapponese fatta di legno e carta ed ora, nel mio recente soggiorno a Tokyo e a Kyoto, ho potuto abitare per tre giorni in una casa tradizionale, usarla, osservarne i particolari, gli spessori, le materie, i colori; guardarla da di dentro e annusarla, cercare di capirne le ragioni costruttive e pratiche.

Nel Giappone moderno vi sono migliaia di case di cemento e di grandi edifici dove si lavora, ma la casa dove si abita è, quasi sempre, la vecchia casa tradizionale di legno e paglia e carta.

Questo tipo di casa di abitazione, di antiche origini, ha un ingresso molto discreto. Non si passa subito, come da noi, dalla strada al soggiorno, no.

Lo spazio quasi sempre piccolo che divide l’ingresso della casa dalla strada, supponiamo circa due metri per due, è sufficiente per creare un distacco che definirei più psicologico che fisico. Attraversando questi quattro metri quadrati si cammina su un pavimento diverso da quello della strada: se la strada è di asfalto, questo sarà di sassi; ma non sassi tutti uguali, ci sono anche delle pietre irregolari, si può anche camminare sulle pietro, poi c’è una parete di canne di bambù, una parete di legno naturale, una parete intonacata. La parete libera che comunica con la strada ha, qualche volta,un basso cancelletto di legno. In certi casi c’è anche un rigagnolo d’acqua oppure una pietra cubica, con un foro tondo sempre pieno d’acqua. Da noi invece, fuori da molte case, in campagna, si butta un rigagnolo di acqua saponata ricavata dalla lavatura dei panni.

Un alberello più alto della parete di bambù fa una decorazione di ombre e foglie sulla parete intonacata. La porta d’ingresso è nascosta da una stretta siepe di rami secchi. Si apre la porta e ci si trova in casa. L’ingresso ha un pavimento di pietra grigia naturale dove si lasciano le scarpe, poi, sopra un gradino di legno si trovano le pantofole pulite e si cammina sul pavimento della stanza sopraelevato.

Se andate in Giappone, non portatevi le pantofole, ne troverete dappertutto, sempre a vostra disposizione.

Da noi invece teniamo su le scarpe e ci portiamo lo sporco della strada fino in camera da letto.

L’interno della casa è determinato dal tatami, in senso orizzontale e da altri elementi modulati in senso verticale. Il modulo, la prefabbricazione, la produzione in serie, e tutte le altre innovazioni che andiamo predicando come una novità necessaria, sono già applicate da centinaia di anni nella casa tradizionale giapponese.

Il tatami, è una stuoia di paglia sottile intrecciata molto stretta, il suo colore è quello dell’erba quando sta per seccare; è bordata di stoffa scura, spesso nera ed ha la misura di circa un metro per due: la misura di un uomo sdraiato.

Il pavimento delle stanze è fatto con questi tatami, da muro a muro, come una moquette, morbido e piacevole al tatto. Lo spazio abitabile si esprime in tatami per cui una stanza di due tatami è una stanza di due metri per due, una stanza di otto tatami, è una stanza di quattro metri per quattro, eccetera.

Un’altra conquista giapponese che noi stiamo scoprendo è quella delle pareti spostabili e della finestra continua. La casa giapponese ha tutte le pareti interne mobili, salvo dove ci sono gli armadi a muro, e tutte le pareti esterne scorrevoli, salvo in quelle poche zone chiuse per servizi. Praticamente queste case hanno pareti come si vuole e finestre dove si vuole. Secondo il sole, il vento, il freddo o il caldo si può organizzare la casa sempre in modo diverso.

Va detto subito, per chi non lo sa, che non esistono mobili d’arredamento. Tutto quello che occorre si tiene negli armadi a muro i quali fanno anche da isolante acustico, se occorre. Tutto si tiene negli armadi a muro, compreso il letto e cioè il materasso e le coperte: quando si deve dormire, si chiude una parete, si estrae il materasso dall’armadio a muro, lo si mette sui tatami (che non è come crediamo noi “per terra”), lo si prepara per la notte e si dorme.

Come si dorme? benissimo. Il pavimento non è ne duro ne freddo e il materasso è sufficientemente elastico per dormire bene come in un buon letto rigido, dove non si sprofonda.

L’altezza dei locali è di circa due metri e mezzo per cui stando sdraiati per terra non si ha tanto vuoto sopra e si sta bene come in un grande letto con baldacchino.

Le porte scorrevoli e le ante scorrevoli degli armadi a muro sono di carta montata su leggeri telai di legno e scorrono in un canale, inciso nel legno tra un tautami e l’altro, di appena due millimetri. Le porte, scorrevoli sono leggerissime e si spostano con un dito, senza maniglie e senza serrature.

Noi invece abbiamo porte robuste con maniglie e serrature, cerniere e catenacci e quando le chiudiamo, le nostre porte, si sente un bel BAM, mentre quando si chiude una porta di carta si sente…; il passo sui tatami camminando con le sole calze ai piedi è ovattato, la luce è discreta, le proporzioni armoniose. La circolazione dell’aria è regolata in modo naturale. Invece dell’aria forzatamente condizionata, quasi mai giusta, l’aria nelle case giapponesi circola con naturalezza entrando da fessure regolabili situate in alto nella zona fredda della casa e uscendo da altre fessure regolabili aperte nella zona fredda della casa e uscendo da altre fessure regolabili situate in alto nella zona della casa esposta al sole: entra aria fresca ed esce l’aria calda. D’inverno le stanze si fanno piccole e basta un braciere o una stufetta per riscaldarle.

Le “finestre”, ovvero i telai scorrevoli, rivestiti di carta bianca o col vetro, che si possono aprire lungo tutto il perimetro della casa, sono protetti da un tetto molto sporgente, corre un passaggio esterno che può servire come passeggiata o come comunicazione esterna tra i locali (poiché avete già capito ormai le porte o finestre sono la stessa cosa in queste case).

I materiali per la costruzione sono usati allo stato naturale e secondo logica naturale. Per esempio: in una casa di legno, cosa si deve mettere sul tetto (dove noi mettiamo le tegole)? Si mette uno strato di corteccia di cipresso. Perché la corteccia è la parte dell’albero abituata al sole e al gelo, all’umido e al secco e quindi non si spaccherà, non marcirà, non si altererà. Il legno usato per il resto della casa viene sempre usato considerando che ogni tronco ha un dorso e un ventre e questo orientamento dell’albero viene sempre rispettato; altrimenti il legno sente il caldo dove prima sentiva l’umido e si altera. Il ventre è la parte dell’albero esposta all’ombra e il dorso quella esposta al sole.

I legni e i materiali sono usati al naturale e mai, salvo in casi eccezionali e per certi usi, verniciati. Un materiale naturale invecchia bene. Un materiale verniciato perde la vernice, si altera, non respira. E’ falso.

Tutte queste case, pur avendo gli stessi moduli, gli stessi tatami, sia quella del ricco che del povero, gli stessi legni e le stesse proporzioni, sono tutte diverse per una ricchezza di invenzione nell’uso del materiale. Il colore degli ambienti è neutro: va dal grigio oliva al nocciola, al colore dell’erba secca, a quello dei legni e a uno speciale intonaco, colorato in pasta dal colore stesso della terra di kyoto, una specie di creta.

In questi ambienti così neutri una persona spicca e domina. Seduti sui tatami o sui cuscini, con un piccolo tavolo basso, unico mobile e unico oggetto laccato, si beve il tè, si mangia con le bacchette di legno un cibo semplice e sostanzioso (la cucina giapponese è come una cucina toscana ma orientale) e si beve il sakè. Alla fine del pranzo di buttano via le posate e i pochi piattini sono subito puliti e messi a posto. La camera da pranzo diventa soggiorno e più tardi diventerà camera da letto. Niente spostamenti di mobili, niente complicazioni, niente complesso dell’argenteria, tutto è più semplice.

In quella parte della casa dove si vive di più, c’è una specie di nicchia quadrata col pavimento sopraelevato: è il Tokonoma, un angolo della casa costruito con vecchi materiali della vecchia casa, un legame col passato; basta un vecchio pilastro di legno, invecchiato bene che sembra ancora buono, che è ancora buono, che sta con noi nella nuova casa. In questo Tokonoma si appende l’unico quadro della casa (non sempre quello, ce ne sono altri arrotolati negli armadi a muro) e si mette un vaso di fiori disposto ad arte. Non come spesso facciamo noi comprando un chilo di garofani e infilandoli nel primo vaso che ci capita.

Anche i servizi igienici sono risolti con semplicità e poesia, dal finestrino del gabinetto si vede un ramo dell’albero, un pezzetto di cielo, un muretto e una siepe di bambù, la vasca da bagno è di legno; il legno è più piacevole al tatto.

Certo che bisogna essere educati per vivere in una casa di legno e carta: non bisogna appoggiarsi alle pareti, non si può buttare le cicche delle sigarette per terra, non si possono sbattere le porte, non si può rovesciare niente per terra. Se per caso si sporca una porta, si cambia la carta con poche lire e tutto ritorna nuovo.

Noi invece siamo più bravi perché possiamo buttare le cicche per terra tanto c’è il marmo che non brucia, sbattiamo le porte altrimenti non si chiudono, appoggiamo le mani dappertutto e con la suola delle scarpe facciamo bellissime decorazioni sopra gli zoccoli delle pareti. E, come non bastasse, cerchiamo di usare materiali dove non si veda lo sporco. Non eliminiamo lo sporco, non cerchiamo di essere più educati, basta che non si veda e tutto va bene.”

Arte come mestiere, Munari Bruno

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